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Home›FRIULI›«I gabbiani non vivono tra i monti»: il primo evento che ha riportato a Grado le comunità del terremoto del 1976, 50 anni dopo

«I gabbiani non vivono tra i monti»: il primo evento che ha riportato a Grado le comunità del terremoto del 1976, 50 anni dopo

By Maira Trevisan
12 Settembre 2026
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PROLOGO — 6 MAGGIO 1976

Le comunità accolte a Grado nel 1976 sono tornate, cinquant’anni dopo, a incontrare la comunità gradese nella “memoria di un abbraccio”, una vera e propria premiére istituzionale della rassegna “I gabbiani non vivono tra i monti: l’urgenza di partire, il desiderio di tornare” che abbraccia il calendario fino a dicembre. Nella sala del Consiglio comunale sono risuonate, la sera del venerdì 11 settembre, le voci, dirette e indirette, del terremoto, di chi, allora, era presente. Cala il buio. Sullo schermo un brevissimo estratto della registrazione della sera del 6 maggio 1976: musica, poi la scossa, poi il silenzio. Alcune immagini dei paesi colpiti hanno accompagnato quel momento sospeso prima che 6 mila 500 sfollati trovassero una straordinaria accoglienza e un’altrettanta incredibile solidarietà nell’isola. A Grado si sono ritrovate le delegazioni di alcune comunità accolte nell’autunno ’76. L’evento, trasmesso in diretta sul canale YouTube dell’amministrazione, resta visibile sul sito istituzionale dove si trovano tutti gli appuntamenti della rassegna.

Le parole del sindaco di Grado Giuseppe Corbatto hanno rievocato quella sera del 6 maggio 1976 quando il “terremoto colpì il Friuli, provocando quasi mille vittime, distruggendo paesi, case, luoghi di lavoro e cambiando per sempre la vita di migliaia di persone”. Il primo pensiero è stato rivolto «alle vittime, alle loro famiglie e a tutti coloro che, fin dalle prime ore, si mobilitarono per portare soccorso e assistenza alle popolazioni colpite». E proprio a quelle prime ore concitate ha riportato il pubblico il giornalista Antonio Boemo, nel 1976 coordinatore regionale del Corpo Emergenza Radioamatori del Friuli Venezia Giulia. Con una sua fotografia d’epoca proiettata, Boemo ha raccontato che cosa accadde attraverso le radio nelle ore immediatamente successive alla scossa, quando le comunicazioni erano l’unico filo che teneva insieme i paesi isolati e feriti: “Allora non c’era la Protezione Civile e l’unico gruppo organizzato per le emergenza era quello dei radioamatori: 300 radioamatori da tutt’Italia si mobilitarono per installare le apparecchiature e raggiungere i comuni più isolati oltre a trasmettere, al posto degli uffici postali la cui attività era ferma, circa 1500 telegrammi in tutto il mondo”.

PARTIRE: SETTEMBRE 1976 – L’estate stava finendo. Migliaia di persone vivevano ancora nelle tende e nelle sistemazioni provvisorie. Poi, in settembre, la terra tornò a tremare violentemente. L’inverno si avvicinava e per molte comunità arrivò il momento di una decisione dolorosa: partire. Su questa scelta si è concentrato il racconto di Igino Piutti, sindaco di Tolmezzo nel 1976: interpellato su che cosa significasse, per un sindaco, assumersi la responsabilità di accompagnare la propria comunità attraverso lo sfollamento, Piutti ha ripercorso quei giorni vissuti “da sindaco”, rievocando le angosce di chi non aveva altra opzione che partire: in quella tragedia però si era creata la solidarietà anche fra la politica al punto che non c’era più distinzione fra maggioranza e opposizione. Al suo fianco, per l’amministrazione di oggi, il consigliere delegato alla Protezione civile Leonardo Rinoldo. I sindaci erano gli avamposti e i collettori di attese e di paure: Giancarlo Cruder, amministratore di Tarcento nel 1976 e in seguito sindaco della città, è tornato al momento in cui, con l’inverno alle porte, tante famiglie tarcentine dovettero lasciare le case: ha sottolineato come ogni comunità abbia gestito diversamente l’emergenza, evidenziando la lungimiranza di scelte politiche e amministrative prese sul territorio. A portare il saluto della Tarcento di oggi il vicesindaco Luca Toso. Altri luoghi, stesse ferite, fisiche e psicologiche. Per Pontebba il vicesindaco Rudy Gitschthaler ha spiegato che cosa significhi, cinquant’anni dopo, ritrovarsi a Grado sia come evento storico di rilievo sia come attestazione di vicinanza e collaborazione interistituzionale.

ARRIVARE: LA VOCE DEI BAMBINI – Dopo il racconto di chi ebbe la responsabilità di accompagnare le proprie comunità, la serata, condotta da Leonardo Tognon, ha cambiato punto di vista concentrandosi sulla voce di chi partì, come accadde ad Anna Micelli, oggi sindaca di Resia. Nell’autunno del 1976 Micelli era una bambina, approdata a Grado come sfollata: nel suo intervento ha ripercorso quella partenza e quell’arrivo, restituendo alla platea le implicazioni emotive provate da una bambina che improvvisamente è costretta a vivere lontano dal proprio paese, in una città di mare. A portare i saluti anche l’assessore alla cultura di Cividale, Angela Zappulla.

ACCOGLIERE: GRADO SI ORGANIZZA – La testimonianza dell’allora sindaco Giovanni Vio ha attraversato i momenti della nuova scossa del 15 settembre, ore 11.21, IX grado della scala Mercalli, la riunione convocata in Comune tre ore e mezza dopo per verificare la disponibilità ricettiva della città, e la dimensione di un’accoglienza costruita nonostante “mancasse qualsiasi organismo di protezione civile, giorno dopo giorno, inventando soluzioni a problemi mai affrontati prima”. Nell’arco di un mese la città, che contava 8 mila abitanti, aveva quasi raddoppiato i propri abitanti, con 64 comunità friulane presenti a Grado al 31 ottobre 1976, per 1.854 nuclei familiari e 6.480 persone. Grado ha aperto le porte e il cuore agli sfollati, inclusa la continuità educativa: la scuola venne aperta a tutti il 5 ottobre, grazie al contributo degli insegnanti e al personale del Comune di Grado.

Accogliere in pochissimo tempo migliaia di persone è stata una sfida: questo il revival di Mario Toso, all’epoca vice segretario comunale, che ha ripercorso il lavoro dell’ECA, l’Ente Comunale di Assistenza, un piccolo organico (due impiegati, sette suore e qualche ausiliario per gestire la casa di riposo) che rinunciò ai riposi festivi accumulando ben 1.663 ore di lavoro straordinario, oltre 13mila pasti preparati in poche settimane nella cucina della Casa di Riposo, quasi 6 mila capi di vestiario distribuiti, sussidi erogati a oltre 1.280 persone. Ed ecco i volti dietro i numeri: i giovani della Fides Intrepida, gli scout di Monfalcone, i volontari del gruppo giovanile di Aquileia, e le famiglie che ogni mattina tornavano nei paesi terremotati a scavare tra le macerie per poi rientrare, la sera, nell’isola. Oltre alla mensa dell’ECA, anche la Brigata Cavalleria Vittorio Veneto ha fornito ben 21 mila pasti. I sussidi alle famiglie bisognose ammontano a oltre 13 milioni di vecchie lire.

Il capitolo-accoglienza è stato chiuso dalla presentazione del Bollettino municipale del 1976, la fonte documentale contemporanea che il Comune ha scelto di riprodurre integralmente in copia anastatica –comprese le difficoltà e le tensioni di quei mesi, «perché anche queste appartengono alla storia» – poi consegnata a tutti gli ospiti al termine della serata.

RICOMINCIARE: LA SCUOLA – Accogliere non significò soltanto trovare un tetto e garantire assistenza: significò anche provare a ricostruire una quotidianità fondata sul caposaldo dell’istruzione e dell’educazione. Bruno Mongiat, Giuseppe Craighero ed Enore Ghirardo hanno raccontato come nacque la scuola per i bambini sfollati. Mongiat – direttore didattico dell’epoca, consulente che impostò le linee guida educative, insegnante arrivato a Grado con la moglie e la figlia Anna di sei anni – ha spiegato il suo impegno per contribuire all’organizzazione della scuola con quasi 450 allievi alle elementari e 36 insegnanti a cui se ne sarebbero aggiunti altri. Craighero ha illustrato il lato didattico e pedagogico di quell’impresa, ovvero fare scuola in emergenza: il lavoro con insegnanti che non si conoscevano e bambini che avevano alle spalle l’esperienza traumatica del terremoto e dello sfollamento. E’ stato letto l’intervento di Laura Matelda Puppini che ha portato la memoria del padre Geremia Puppini, ispettore didattico, con le testimonianze di chi quella scuola, simbolo di rinascita, l’aveva vissuta in prima persona.

TORNARE: «I GABBIANI NON VIVONO TRA I MONTI» – È stato ripercorrendo gli elenchi delle scuole di allora – dove, con il passare dei mesi, accanto ai nomi dei bambini cominciò a comparire la parola «rientrato» – che la serata, come in un cerchio perfetto, è ritornata al suo titolo. La proiezione della pagina del Bollettino ha riprodotto l’articolo del Gazzettino del 30 ottobre 1976: la frase “I gabbiani non vivono tra i monti”, diventata leitmotiv della rassegna, venne attribuita ad un bambino di 6 anni. Il Comune ha cercato a lungo, attraverso giornali, social e testimonianze, di risalire alla sua identità, senza riuscirci. Ed è a questo punto che si è vissuto un momento coinvolgente: la bambina di allora, Anna Micelli, è stata richiamata sul palco. Il sindaco Corbatto le ha consegnato un mazzo di fiori: un gesto pensato non solo per la bambina che fu, ma, attraverso di lei, esteso a tutti i bambini che vissero quei mesi lontano dalle proprie case, incluso il bambino di 6 anni mai trovato. «Questa sera – ha concluso Corbatto – abbiamo avuto la fortuna di avere qui molte delle persone che quella storia hanno potuto raccontarla e possono ancora trasmetterla. A noi spetta soprattutto il compito di ascoltare. E di fare in modo che quelle voci non vadano perdute ma rappresentino un patrimonio storico, umano e solidale che funga da ispirazione perenne».

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