Duran Duran a Villa Manin: quando gli anni Ottanta non tramontano mai

Entusiasmo più che assicurato. Più di diecimila persone hanno riempito sabato sera il parco di Villa Manin per un appuntamento che aveva il sapore di una macchina del tempo. I Duran Duran si sono esibiti nella terza e ultima tappa italiana, dopo Verona e Caserta, di fronte ad un pubblico in gran parte cresciuto a videoclip coinvolgenti e MTV negli anni Ottanta. Certi ritmi, evidentemente, non stufano mai, non passano di moda, sembrano scritti apposta per durare in eterno. Fin dalle prime note un salto indietro nel tempo continuo, tra brani che hanno segnato un’epoca. Notorious, Howling, Invisible, Hungry sono arrivate come vecchie amiche mai dimenticate, mentre White Lines, Girls, e altre hanno strappato applausi e cori da chi quei ritmi li ha vissuti in prima persona, davanti al mangianastri o alla radio di casa.
Musica e ritmo evergreen
Un filo sottile lega tutto il repertorio dei Duran Duran, ed è emerso con chiarezza nel corso della serata: la capacità di quella musica di far riavvolgere la memoria a tempi meno tossici, meno inquinati, in cui le canzoni sapevano ancora lanciare messaggi di speranza e di fiducia. Con New Moon e Planet Earth il gruppo ha spinto il pubblico verso dimensioni oniriche e spaziali, sospese tra sogno e fantascienza pop. Con Ordinary World, invece, la band ha cercato — e per qualche minuto è quasi riuscita — a far tacere il rumore di fondo di guerre e ingiustizie che accompagna il presente.
L’energia pura era già esplosa con Wild Boys, capace di coinvolgere l’intero prato di Villa Manin in un unico corpo che cantava e saltava. E poi il momento più atteso: quel reach up to the sunrise intonato verso il cielo, quasi a inseguire l’alba, seguito a ruota dai cori collettivi di Save a Prayer, cantati all’unisono da migliaia di voci che per una sera hanno riportato indietro le lancette di quarant’anni.
- Simon Le Bon, la voce del tempo che passa (ma non troppo)
Simon Le Bon, 67 anni compiuti, ha guidato la sua band con un carisma che il tempo non ha scalfito più di tanto. La voce ha mostrato, qua e là, qualche fisiologico calo — inevitabile, del resto, a quell’età — ma non ha intaccato la sostanza dello spettacolo. Non tutti, alla soglia dei settant’anni, saprebbero ancora trasformare i Duran Duran in un fenomeno rock-pop capace di affascinare platee intere. Se c’è un appunto da muovere, riguarda l’apparato visivo. Alcuni video proiettati sono apparsi eccessivamente psichedelici, in bilico tra suggestioni horror e figure incappucciate con maschere inquietanti, probabilmente nel tentativo da parte della band di Birmingham di inseguire un’estetica più moderna e attuale. Sarebbe stato forse coerente con i must anni ’80 affidarsi agli intramontabili video originali dell’epoca che restano ancora oggi un marchio di fabbrica riconoscibile e amato del gruppo.
Ma ai Duran Duran, in fondo, si perdona tutto. Anche una scelta visiva discutibile passa in secondo piano di fronte a una scaletta che ha saputo restituire intatta, per una notte, la magia di un’epoca che continua, testardamente, a non voler tramontare.
Irene Giurovich













Ciao mondo!