Cinquant’anni dal terremoto del Friuli, De Toni: “La rinascita partì da valori ancora necessari al Friuli e all’Italia di oggi”
“Oggi sulla specola del Castello, che il 6 maggio di cinquant’anni fa subì gravi danni, sventola la bandiera del Friuli. Il terremoto del 1976 fu una tragedia come mai nessuna, nella storia contemporanea, aveva colpito questa terra. Quasi mille morti, centomila sfollati, centinaia di comuni colpiti, decine distrutti: dietro questi numeri ci sono famiglie e comunità intere costrette a ricominciare da capo.
Quel giorno il mondo scoprì il Friuli e corse in aiuto della nostra gente. Arrivarono soccorritori, volontari, aiuti dall’Italia e dall’estero e Udine li accolse. Ma ciò che ancora oggi si ricorda è che i friulani non aspettarono. Pur nel dolore, si misero subito all’opera. Tolsero calcinacci, liberarono le strade, salvarono ciò che poteva essere salvato, iniziarono a ricostruire la propria vita. In quella reazione ci fu la dignità più profonda del Friuli dei friulani.
Il Friuli prima del terremoto, in un certo senso, non esiste più. Ma il Friuli di oggi esiste grazie a quel Friuli: grazie allo spirito di comunità, alla partecipazione, alla responsabilità e alla gratitudine di una generazione che seppe trasformare una tragedia immane in un’idea di futuro. E allora in un momento storico in cui troppo spesso prevalgono divisione, sfiducia e frammentazione, non solo il Friuli, ma tutta l’Italia ha bisogno di recuperare valori che non devono appartenere al passato, ma indicare piuttosto la strada per il futuro.
Ciò che venne distrutto fu ricostruito in una decina d’anni perché si scelse una strada coraggiosa e lungimirante: dare fiducia ai territori, concretizzando il principio di sussidiarietà contenuto nella nostra Costituzione. La ricostruzione del Friuli dopo il sisma resta ancora oggi un modello straordinario di governance partecipata. Lo Stato delegò la Regione, e la Regione i Comuni. Furono i Comuni, i più vicini ai cittadini, a poter capire concretamente i bisogni delle persone, le priorità dei paesi, il valore dei luoghi, delle case, delle piazze, delle relazioni. La ricostruzione non fu calata dall’alto: partì dallo spirito dei friulani feriti e fu costruita con le comunità, dentro le comunità. In Friuli si costruì dove tutto era crollato, non perché fosse conveniente, ma perché era giusto farlo.
La memoria più autentica deve essere allora riconoscere ciò che da quella prova è nato. Penso all’Università di Udine, l’unica università italiana nata da una sollevazione popolare, da una volontà collettiva di rinascita e di futuro, un processo che il sisma poteva bloccare, ma invece ha accelerato. Penso alla Protezione civile, il cui sistema diffuso ha trovato qui, dopo il 1976, la sua radice più solida. Penso alla nascita di un sistema di raccolta e analisi dei dati sismologici, di monitoraggio e conoscenza del territorio, che è alla base di una cultura della prevenzione e della sicurezza che prima non esisteva in questa forma.
La lezione del 1976 parla direttamente al nostro tempo. Allora le comunità e i Comuni furono centrali per ricostruire paesi distrutti. Oggi i Comuni e le comunità devono essere decisivi per guidare lo sviluppo delle città, rafforzare società che non dobbiamo abbandonare all’isolamento e alla disgregazione, governare le trasformazioni, e affrontare le sfide ambientali, economiche e demografiche. Ciò che fece rinascere il Friuli è un modello di valori con cui costruire il Friuli e l’Italia di oggi”.













Ciao mondo!